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Salute e Benessere. Il viaggio nelle Stanze Segrete dell’Empatia. La lingua madre dell’anima, una musica invisibile e silenziosa

Ci sono esperienze che non si raccontano, si respirano. L’empatia è una di queste. C’è una forma di sapere che non si insegna, una conoscenza che passa attraverso i battiti, le pause, i silenzi. Accade quando guardi qualcuno negli occhi e, senza dire nulla, lo senti. Lo senti davvero!

È un ponte invisibile che unisce due rive: il mio universo interiore e quello dell’altro.
In mezzo, il mare dei non detti: emozioni taciute, memorie corporee che parlano in codice.

Ricordo ancora quando, adolescente irrequieta, tornavo da scuola con il volto scuro. Mia madre, senza domande, mi scioglieva i capelli e li pettinava piano: sfiorava la tempia dove si annidava il mio turbamento e, come per incanto, tutto si allentava. Nessun discorso, solo le dita, il tempo sospeso e quell’affinità che leniva ogni spigolo.

Perché l’empatia non è solo una competenza relazionale, ma è una stanza. Anzi, più stanze. Alcune luminose, altre ingombre, alcune ancora chiuse a chiave.
Le visiteremo insieme.
Quelle dove si custodisce il potere sottile del riconoscersi nell’altro.
Quelle dove si piange, ma anche si guarisce.
Quelle dove la pelle diventa parola e lo sguardo un abbraccio.

Vi è mai successo di guardare un volto in metropolitana, sul treno o in un bar e sapere, senza sapere perché, che ha dormito poco, amato troppo o pianto in silenzio? A me è successo.

Ricordo, ero sul treno direzione aeroporto Milano Malpensa e una donna di fronte a me guardava il finestrino come se fosse uno specchio, e nelle sue pupille intravedevo il riflesso di un addio ancora caldo. Non sapevo se avesse lasciato o fosse stata lasciata, ma riconoscevo quella fenditura nel petto che si chiama vuoto. La forza del suo dolore quasi mi tagliava il respiro. Le porsi un fazzoletto, mi venne spontaneo farlo. Lei sorrise. In quell’istante fummo più vicine di quanto mille parole avrebbero potuto concederci. ‘’Thank you, my name is July’’ mi disse abbozzando un sorriso timido e indeciso.

Risposi consapevole di un rapporto appena instaurato. Quel gesto aveva sancito in un istante un patto di complicità, amicizia e sorellanza.

È incredibile cosa può fare un momento empatico. È come se July si sentisse meno sola e forse anche io. Ancor oggi, dopo anni e, anche se a km di distanza, ci sentiamo e conserviamo come un cadeau d’alleanza quel momento insieme.

Ma quindi cos’è davvero l’empatia?

Non è “provare quello che provi tu”. Sarebbe presuntuoso. Forse, è molto di più: è la capacità di ‘’sentire con’’, sospendendo il giudizio. Una sorta di sofisticata coreografia tra sistema nervoso, coscienza e cultura.

Dal punto di vista neurobiologico, tutto parte con i “neuroni specchio”, grande scoperta negli anni ’90 del neuroscienziato italiano Giacomo Rizzolatti.

Quando osserviamo qualcuno compiere un gesto o vivere un’emozione, il nostro cervello “risuona” automaticamente con quella stessa azione o emozione. È il motivo per cui ci viene da sorridere guardando un bambino ridere, o sbadigliare vedendolo fare.

Non è solo un riflesso, ma è anche un atto volontario di un’intelligenza relazionale. Richiede presenza, attenzione e una disponibilità affettiva che, nella nostra cultura della velocità, viene spesso ignorata o etichettata come debolezza.

Parliamo, gesticoliamo, scriviamo. Ma comunichiamo, prima di tutto, con la nostra disponibilità ad ascoltare. L’empatia è la ‘’grammatica invisibile di ogni dialogo “autentico’’.

Non è facile. Richiede fatica, vulnerabilità, presenza. Credo che ogni relazione autentica sia una danza di risonanze. Non vince chi convince, ma chi comprende.
Essere ricettivi richiede coraggio: bisogna farsi attraversare da ciò che non è nostro, rimanendo però radicati nel proprio centro.

E quando accade, lascia un’impronta che resta. Invisibile come il sale sulla pelle dopo un bagno serale in mare.

Lasciamo che questa musica silenziosa continui a espandersi: perché riconoscere l’altro è, in fondo, il modo più bello di ricordare chi siamo.

C’è una forma di sapere che non si insegna, una conoscenza che passa attraverso i battiti, le pause, i silenzi. Accade quando guardi qualcuno negli occhi e, senza dire nulla, lo senti. Lo senti davvero!.