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Il linguaggio degli organi: quando il corpo ‘’racconta’’ ciò che la mente tace

Ricordo ancora quel pomeriggio di primavera, a Bologna, nei corridoi della Facoltà di Psicologia, del mio corso di Laurea in Psicologia Clinica. Avevo poco più di vent’anni, un taccuino sempre in borsa e lo sguardo pieno di domande.

Durante una lezione di Psicologia Clinica, il professore disse una frase che avrebbe lasciato un’impronta indelebile nel mio cammino: “Il corpo è il teatro dell’anima.” In quell’istante, tutto si fermò. Avevo finalmente trovato ciò che stavo cercando: un ponte tra la mente e il corpo, tra l’invisibile e il visibile.

Fu in quel preciso istante che nacque la passione per la Psicosomatica che non è un semplice approccio, ma una lente attraverso cui possiamo leggere quello che il corpo comunica quando le parole non bastano.

Ogni organo ha un linguaggio, un codice emotivo, una voce silenziosa, ma potente. E se, davvero ascoltassimo il corpo, scopriremmo quanto abbia da dirci.

Pensiamo al respiro. Quando la vita ci ‘’toglie il fiato’’, come in un lutto, un’ansia profonda, in un cambiamento improvviso, spesso i nostri polmoni iniziano a parlare: attacchi d’asma, affanni, tosse nervosa.

O il fegato, sede simbolica della rabbia repressa, che spesso si infiamma non solo per colpa dell’alimentazione, ma perché siamo “avvelenati” da parole mai dette o da frustrazioni mai espresse.

Uno dei casi clinici più noti è quello del medico ungherese Franz Alexander, pioniere della Medicina Psicosomatica, che descrisse il “profilo psicosomatico” di pazienti affetti da ulcera gastrica. La maggior parte di loro condivideva un tratto comune: una forte tendenza a trattenere le emozioni, soprattutto la rabbia, in contesti in cui non era permesso mostrarla. Non erano solo ‘’stomaci irritati’’, erano ‘’emozioni mal digerite’’.

Un altro esempio emblematico è quello degli studi condotti dal dottor Gabor Maté, medico canadese di origine ungherese, su pazienti oncologici e di come questi sviluppassero, nei mesi o anni precedenti alla diagnosi, un atteggiamento di iper-adattamento emotivo: non dicevano mai “no”, reprimevano il conflitto, mettevano costantemente i bisogni degli altri prima dei propri.

Non si tratta di “colpe”, ma di segnali.
Il corpo chiede attenzione, non giudizio.

Nel mio lavoro clinico, ho visto mal di schiena sciogliersi con il perdono. Emicranie croniche allentarsi dopo un percorso di consapevolezza sul proprio senso di colpa. E ho incontrato occhi tornare a brillare quando finalmente una persona ha potuto dire a se stessa: “Merito di stare bene.”

Il linguaggio degli organi non è misterioso, è ‘’poetico’’. È il nostro modo più ancestrale di parlare con noi stessi. Il corpo, nostro alleato, non tradisce: rivela!

E allora, vi invito a farvi una domanda: c’è una parte del vostro corpo che vi sta parlando da tempo, ma che ancora non avete ascoltato?

Che sia lo stomaco contratto ogni lunedì mattina, o la gola che si stringe davanti a certe persone, oppure la pelle che si infiamma nei momenti in cui vi sentite “scoperti”…

Non è solo un sintomo. Forse è una ‘’lettera dal vostro mondo interiore’’.

Ogni organo è un custode. Di un’emozione, di una memoria, di un frammento di verità che spesso sfugge alla coscienza, ma che si manifesta, puntuale, quando il corpo non ce la fa più a tacere.

Negli anni, ho imparato a riconoscere le “parole taciute” scritte nei tessuti del corpo. La pelle, ad esempio, è il nostro confine: quando si infiamma, quando reagisce con dermatiti, orticarie o psoriasi, spesso ci sta parlando di un bisogno di protezione o di una fatica nel gestire il contatto con l’esterno.

Il cuore è l’organo ‘’poetico’’ per eccellenza, ma anche il più trascurato dal punto di vista emotivo. Non parlo di colesterolo o

pressione, parlo di quei dolori sordi, improvvisi, inspiegabili che nascono quando soffochiamo troppo a lungo la gioia, l’entusiasmo o la tristezza. Ho visto tachicardie “svanire” quando finalmente si accoglie il dolore di un amore finito, o quando si prende il coraggio di amare davvero, senza protezioni. Perché il cuore, per vivere, ha bisogno di verità.

Il fegato, invece, è un archivio di rabbie antiche. È l’organo che più di tutti si fa carico della nostra incapacità di perdonare, di lasciare andare, di metabolizzare le ingiustizie. Un fegato contratto, affaticato, non è solo il frutto di una cattiva alimentazione: spesso è il segnale di una ‘’fame d’anima’’, di parole urlate dentro che non trovano pace.

E che dire dello stomaco? Quante volte sentiamo dire: “Non riesco a digerire questa cosa”, “Mi è rimasta sullo stomaco”, o peggio ancora, “Mi fa venire il vomito solo a pensarci”.

Lo stomaco è il primo traduttore tra emozione e materia, il nostro laboratorio alchemico. Quando non riusciamo a digerire un’esperienza, un lutto, un tradimento, lui lo fa per noi.

Ma fino a quando?

Questa visione è pura scienza. Studi come quelli dell’Università Tedesca ‘’Ruperto Carola’’ di Heidelberg o dell’Università Statunitense nel Massachusetts,” Harvard Medical School’’, confermano oggi ciò che pionieri, medici, psicoterapeuti, come Georg Groddeck o Alexander Lowen intuivano decenni fa: la salute emotiva è parte integrante della salute fisica. Trascurarla significa curare solo metà del problema.

Capita spesso di incoraggiare i miei pazienti: “Non sei rotto. Sei stanco di portare dentro quello che nessuno ha mai ascoltato.”

E quando cominciamo a sentire che ogni sintomo è una richiesta di attenzione, un messaggio e non una minaccia, la guarigione diventa possibile.

Perché ogni organo, quando compreso, smette di urlare.

La bellezza della Psicosomatica è che non cerca colpe, ma significati. Ci aiuta a tornare a noi stessi, a prenderci cura della nostra interiorità con lo stesso rigore con cui curiamo un’influenza o una frattura.

Siamo unità complesse dove la mente, l’anima e il corpo sono in costante dialogo. Imparare a tradurre questo linguaggio è una forma profonda di amore verso di sé.
Il corpo non ci tradisce mai: ci ‘’racconta’’ la verità che siamo pronti a sentire solo quando smettiamo di avere paura di ascoltarla.

La salute emotiva è parte integrante della salute fisica. Trascurarla significa curare solo metà del problema.