Ci sono desideri che non si dicono, si cucinano. Si mescolano tra le mani, come farina e acqua, si fanno carne nel profumo del pane appena sfornato o nel battito dei tamburelli nelle notti d’estate.
Perché, nel profondo Sud, nel mio amato Salento, dove sono nata, la sessualità non è solo corpo: è voce, è ventre, è danza. È ciò che nutre, che accende, che cura.
Da salentina passionale, ho imparato che esistono mille modi per parlare d’amore, ma il più autentico è quello che passa per la tavola e per la pelle.
Nel Salento, il desiderio è sacro e quotidiano. È nella “morsicata” di un pasticciotto caldo, dove il ripieno trabocca come un segreto svelato troppo in fretta. È nel vino rosso fatto in casa, che brucia in gola come una carezza trattenuta. È nella frisa spezzata a mano, bagnata quanto basta, e condita con pomodori maturi, quelli che sanno ancora di sole.
Ma non basta solo il cibo.
Nella mia terra, il corpo non si libera solo mangiando, ma anch danzando. La pizzica: il battito antico del desiderio.
Non è una danza, è un rito. E per Carl Gustav Jung, psichiatra svizzero e padre della psicanalisi analitica, il rito non è solo una pratica esterna, religiosa o culturale, ma un mezzo profondo attraverso cui l’inconscio collettivo si esprime. È contenitore simbolico che trasforma l’energia psichica. Un ponte tra conscio e inconscio.
È la memoria dei corpi che hanno imparato a guarire attraverso il movimento, a “espellere il veleno della taranta” o dell’anima, attraverso il sudore. Le donne “pizzicate”, quelle che la storia ha chiamato “tarantate”, in realtà erano solo troppo vive. Troppo desideranti. Troppo represse.
E allora si curavano danzando, in cerchio, mentre i tamburi scandivano un ritmo che sembrava più un respiro.
Io le vedo le mie antenate: gonne che ruotano come ventagli di fuoco, piedi nudi che battono la terra e braccia al cielo, a reclamare il diritto di sentire.
E allora ecco il simbolismo: la pizzica diventava una lingua segreta per dire “sono viva”, “sono intera”, “sono desiderante”. Era il modo in cui la femminilità si esprimeva senza bisogno di giustificarsi, accettando di essere ciclica, mutevole, contraddittoria. Era un atto di potere. E oggi lo è ancora. Con gonne larghe e simboli nascosti, oserei dire.
E perché lunghe e così larghe? Non è solo per estetica: coprono e svelano. Sono simbolo della terra, del grembo, dello spazio sacro della donna. Quando si sollevano durante la danza non mostrano solo pelle, ma libertà.
Libertà di essere sensuali, potenti, imperfette. Libertà di oscillare tra luce e ombra, proprio come fa la luna. La pizzica era, ed è ancora, un atto erotico e terapeutico.
Una liberazione collettiva. Un linguaggio del corpo che sa parlare dove le parole si inceppano.
È un atto potentemente curativo.
Perché il nostro corpo parla, parla sempre. E cibo e sessualità sono due dei suoi linguaggi preferiti. “La fame di cibo” e “la fame d’amore” condividono non solo la terminologia, ma anche molte aree cerebrali. Studi neuroscientifici hanno dimostrato che il sistema dopaminergico, implicato nel circuito della ricompensa, si attiva tanto di fronte a un piatto appetitoso quanto di fronte a uno stimolo erotico.
La serotonina, l’ossitocina, la dopamina: tutti neurotrasmettitori coinvolti nell’amore e nel sesso sono altrettanto centrali nel nostro rapporto con il cibo.
Questo perché nutrirsi non significa soltanto sopravvivere. Significa anche consolarsi, gratificarsi, connettersi. Così come la sessualità non è solo riproduzione, ma è presenza, identità, comunicazione.
Quando una di queste due aree si sbilancia, eccesso o privazione, spesso l’altra ne porta le tracce.
Salute e Benessere. Mangiare, Amare, Danzare: Il Triangolo Sacro della Femminilità Salentina – Corriere Salentino Lecce
Nella mia terra luminosa e ‘’fiera’’, si è sempre celebrato il corpo e il suo linguaggio con quella forza arcaica del desiderio che si esprime attraverso due forme: la danza e il cibo.
La pizzica, danza popolare salentina, è l’esempio più potente di questa alchimia.
Nel mio Salento, anche i proverbi parlano di eros. “Cu faci lu pane, se ‘mpasta prima cu l’amore” Chi fa il pane, si impasta prima con l’amore.
Non è solo poesia: è una verità antica. Fare il pane era un gesto sensuale e sacro, un rito che metteva in contatto con la terra, con il ciclo mestruale, con il tempo del corpo.
Mia nonna diceva che non si fa il pane se si è arrabbiate, o se si è tristi: “Sennò lievita male.” Come se l’impasto sentisse tutto. E aveva ragione. Come la pelle, anche la pasta ha memoria.
E la sessualità è l’alfabeto più sincero che abbiamo. Quando è bloccata, lo si vede anche nel modo in cui ci nutriamo: troppo o troppo poco.
Salute e Benessere. Mangiare, Amare, Danzare: Il Triangolo Sacro della Femminilità Salentina – Corriere Salentino Lecce
Ed ecco arrivare in ‘’soccorso’’ la pizzica che non è solo tradizione. È rivoluzione intima. E tutte noi, donne salentine, figlie di questo Salento forte e fiero questa ‘’rivoluzione’’ l’abbiamo respirata, ballata, sentita.
Muove corpi e memorie. Libera storie. Restituisce dignità al desiderio, anche quello che si pensava dimenticato. È un linguaggio che ci invita a tornare al corpo, non per come appare, ma per ciò che sente.
Ci ricorda che la femminilità non è un ruolo, ma una presenza. Una vibrazione che pulsa, una melodia che chiama.
Non solo corsi di danza, ma anche spazi sacri dove ricordarci chi siamo, attraverso il movimento, il ritmo, la voce. Oggi questa attenzione è presente, è consapevolezza sulle orme di Ernesto De Martino, antropologo, filosofo che ha saputo dare voce e dignità scientifica alle tradizioni popolari del Sud Italia, trattandole non come superstizioni da cancellare, ma come pratiche simboliche umane cariche di senso: la danza non è solo movimento è trasformazione.
Ci sono desideri che non si dicono, si cucinano. Si mescolano tra le mani, come farina e acqua, si fanno carne nel profumo del pane appena sfornato o nel battito dei tamburelli nelle notti d’estate.
