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Le Canarie non ti chiedono chi sei. Ti chiedono solo di rallentare

C’è qualcosa che colpisce appena si atterra alle Canarie, ma non è il sole. Non è nemmeno l’oceano, che pure sembra occupare tutto lo sguardo. È il ritmo. O meglio, l’assenza di quella tensione continua che molti di noi hanno interiorizzato al punto da non sentirla più. Negli ultimi anni ho scelto di lavorare da remoto, spostandomi tra diversi Paesi e città. Le Canarie sono state una delle tappe più lunghe di questo modo di vivere il viaggio, non come evasione, ma come possibilità di osservare più da vicino il rapporto che i luoghi hanno con il tempo, con il corpo, con la mente. Durante quei due mesi ho attraversato quasi tutto l’arcipelago. Tenerife, Lanzarote, Fuerteventura, La Palma, La Gomera, El Hierro. Sette isole vulcaniche sospese nell’Atlantico, geograficamente vicine all’Africa, ma emotivamente difficili da collocare altrove. Eppure, è a Gran Canaria che sono rimasta più a lungo, osservando lentamente quel modo diverso di abitare le giornate che rende queste isole qualcosa di più di una semplice destinazione turistica.

La sensazione più forte che mi sono portata via non è stata quella di una vacanza. È stata una domanda.

Quanto della nostra stanchezza nasce davvero dagli impegni, e quanto invece dall’idea che abbiamo del tempo?

Le Canarie vengono spesso raccontate come il luogo del clima perfetto, dei pensionati europei, dei surfisti, dei nomadi digitali. In parte è vero. Negli ultimi anni sempre più italiani hanno scelto la Spagna, e in particolare le Canarie, per trasferirsi o trascorrere lunghi periodi della propria vita. Pensionati, professionisti, lavoratori da remoto, persone che cercano una quotidianità meno compressa.

Secondo i dati dell’AIRE, l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero, insieme a quelli dell’Instituto Nacional de Estadística spagnolo, la presenza italiana nell’arcipelago è cresciuta in modo costante negli ultimi anni. Non si tratta soltanto di una scelta economica o climatica. Sempre più spesso è una scelta psicologica.

Perché ciò che molte persone cercano oggi non è semplicemente un luogo più bello. È un luogo in cui sentirsi meno consumati. E ho osservato qualcosa che in molte città europee sta lentamente scomparendo. Le persone sembrano avere ancora un rapporto umano con il tempo. Nei bar si resta seduti a parlare senza guardare continuamente l’orologio. I bambini giocano fuori fino a tardi. Gli anziani conversano sulle panchine per ore. Persino il silenzio sembra perdere quell’urgenza inquieta a cui ci siamo abituati.

All’inizio quasi destabilizza.

Hai la sensazione che tutto proceda troppo lentamente. Poi, giorno dopo giorno, inizi a comprendere qualcosa di più scomodo. Non sei abituato alla velocità. Sei abituato all’allerta.

Ed è diverso.

n Psicologia sappiamo bene quanto il corpo possa restare intrappolato in uno stato di attivazione continua. Il problema è che spesso lo chiamiamo normalità. Rispondiamo ai messaggi mentre mangiamo, controlliamo il telefono durante una conversazione, trasformiamo anche il riposo in qualcosa da ottimizzare. Perfino il benessere rischia di diventare una prestazione.

Le Canarie non eliminano tutto questo per magia. Ma lo rendono improvvisamente visibile.

Forse è anche per questo che tante persone decidono di restare. Non soltanto pensionati in cerca di sole, ma uomini e donne stanchi di vivere ogni giornata come una rincorsa permanente. Dopo il Covid, il fenomeno del lavoro da remoto e dei cosiddetti ‘’nomadi digitali’’ ha accelerato ulteriormente questa trasformazione. Molti hanno scoperto che lavorare vicino all’oceano modifica profondamente la percezione delle priorità, del tempo libero, perfino del concetto stesso di successo.

Naturalmente sarebbe ingenuo idealizzare tutto. Le Canarie hanno contraddizioni reali. Il costo degli affitti è aumentato, molti residenti denunciano gli effetti del turismo internazionale e della gentrificazione, e non mancano fragilità economiche e sociali che spesso restano invisibili dietro le immagini perfette dei social.

Ma forse è proprio qui il punto più interessante.

Non è il luogo che cambia la vita. È la distanza che un luogo crea tra te e il rumore a cui eri abituato.

Tornando in Italia, ho iniziato a notare dettagli che prima consideravo normali. Le persone che mangiano davanti al computer. Gli amici incapaci di stare a cena senza controllare il telefono. La sensazione costante di dover essere reperibili, produttivi, aggiornati.

E allora mi sono chiesta se il vero lusso contemporaneo non sia diventato il tempo mentale.

Non il denaro. Non il successo esibito. Non l’agenda piena. Ma la possibilità di attraversare una giornata senza sentirsi continuamente inseguiti.

Queste isole mi hanno ricordato una cosa semplice, che spesso dimentichiamo. Il rischio più grande non è vivere troppo poco, ma vivere così velocemente da non accorgerci più di esserci dentro. E che respirare non è una pausa dalla vita.

È la vita stessa!

Queste isole mi hanno ricordato una cosa semplice, che spesso dimentichiamo. Il rischio più grande non è vivere troppo poco, ma vivere così velocemente da non accorgerci più di esserci dentro

 

Articolo pubblicato su corrieresalentino.it