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Quando il lavoro perde senso e il lunedì pesa troppo. Ritrovare il proprio Ikigai

C’è un momento, nella vita di molti, in cui la sveglia suona e non è più solo il corpo a essere stanco, ma anche l’anima. Ti alzi, ti vesti, sorridi, ma dentro senti un peso invisibile che ti accompagna. . . fino alla scrivania. Non è pigrizia. Non è mancanza di gratitudine. È la sottile sensazione di non appartenere più a quel luogo, a quella routine, a quel ruolo che forse un tempo ti faceva sentire bene. Eppure, resti. Resti anche se il cuore ti chiede di andare. Resti anche quando senti che ogni giorno ti svuota un po’ di più. Perché? Secondo un’indagine dell’Osservatorio Job Satisfaction 2024, oltre il 63% degli italiani dichiara di non essere soddisfatto del proprio lavoro, ma meno del 20% ha mai provato a cambiarlo davvero. La maggior parte resta. Per paura.

Paura di perdere la stabilità economica, certo, ma anche qualcosa di più profondo, l’identità.
Il lavoro, nella nostra cultura, non è solo un mezzo di sostentamento, ma è una definizione. È ciò che rispondiamo quando qualcuno ci chiede “E tu cosa fai?”. Cambiare lavoro, per molti, equivale a mettere in discussione se stessi. Restiamo, allora, perché abbiamo confuso chi siamo con ciò che facciamo. E quando il lavoro non ci rappresenta più, la nostra autostima comincia lentamente a cedere.

È La gabbia dorata del meglio di niente forse?  C’è un concetto psicologico chiamato “learned helplessness”, o “impotenza appresa”. Fu scoperto negli anni ’60 dagli psicologi Martin Seligman eSteven Maier, studiando il comportamento di alcuni animali sottoposti a situazioni stressanti da cui non potevano fuggire. Col tempo, anche quando la via d’uscita veniva offerta, non la cercavano più. Avevano imparato a sentirsi impotenti. Nella vita lavorativa accade qualcosa di simile, quando ci abituiamo al malessere, smettiamo di cercare alternative. Ci convinciamo che “è così per tutti”, che “non si può avere tutto”, che “un lavoro vale l’altro”. E così rimaniamo nella comfort zone del disagio, dove la sicurezza pesa più della felicità.

Ma il vero problema è che quella comfort zone non è poi così “comfort”. È una gabbia dorata, lucente all’esterno, ma stretta dentro. Il disagio professionale non è solo mentale. È psicosomatico. Il corpo parla prima di noi. Insonnia, gastrite, dolori cervicali, stanchezza cronica. Dietro quei sintomi, spesso, c’è una vita lavorativa che non nutre più.  Il corpo diventa il portavoce dell’anima, quando non riusciamo a dire “non sto bene”, il corpo lo grida. Ci ricorda che vivere in costante disallineamento tra ciò che facciamo e ciò che sentiamo ha un prezzo. E quel prezzo è la nostra energia vitale. Un altro motivo per cui restiamo è la speranza. “Magari il capo migliora.” “Magari mi riconosceranno.” “Magari con la prossima promozione andrà meglio.”

La Psicologia Comportamentale chiama questo fenomeno “rinforzo intermittente”, lo stesso meccanismo che mantiene le persone attaccate a una slot machine. Ogni tanto, arriva una piccola gratificazione, un complimento, un premio, un giorno più sereno e allora restiamo. Aspettiamo il prossimo giro fortunato. Ma, nel frattempo, la nostra vita scorre in standby. A volte basta una domanda per cambiare tutto: “Se non avessi paura, cosa farei davvero?”

Non significa licenziarsi di colpo, ma iniziare a guardarsi dentro. Chiedersi se quel lavoro rispecchia i valori, i talenti, la persona che siamo diventati. Perché restare dove non si cresce non è fedeltà, è rinuncia. E se è vero che la paura di cambiare è umana, lo è anche la necessità di sentirsi vivi. Ciò che più paralizza chi sogna di cambiare lavoro è la mancanza di un piano. Per questo, in Psicoterapia, uno dei passaggi più importanti è trasformare la paura in progetto. Non “voglio scappare”, ma “voglio costruire”.

Qualche passo concreto potrebbe essere riconoscere il disagio, riscoprire le proprie competenze, coltivare delle nuove relazioni professionali.

In Giappone esiste un concetto meraviglioso, ikigai, che significa “ragione per alzarsi la mattina”.
È l’incrocio tra ciò che si ama, ciò in cui si è bravi, ciò di cui il mondo ha bisogno e ciò per cui si può essere pagati. Secondo un famoso studio dell’Università di Tokyo, le persone che dichiarano di aver trovato il proprio ikigai vivono in media sette anni in più. Perché la felicità, quando è radicata nel senso, non è lusso. È salute. Ogni esperienza lavorativa, anche quella più difficile, riflette una parte di noi: la paura del giudizio, il bisogno di riconoscimento, la difficoltà a dire di no.
Il lavoro diventa allora un campo di consapevolezza, un luogo dove scoprire i propri limiti, ma anche la propria forza. Restare non è sempre un errore. A volte serve restare ancora un po’, giusto il tempo di capire cosa vogliamo davvero portare con noi quando ce ne andremo. Ma quando quel tempo è finito, restare diventa una forma di auto abbandono.

In Occidente, dopo il successo dei libri “Ikigai: The Japanese Secret to a Long and Happy Life” di Héctor García e Francesc Miralles e “Awakening Your Ikigai” di Ken Mogi, il termine è entrato anche nel linguaggio del coaching, dando origine a una nuova specializzazione, gli Ikigai coach. Professionisti che aiutano a ritrovare armonia tra talento, valori e direzione di vita. Guidano a riconnettersi con ciò che dà senso per trasformare la produttività in presenza e la routine in atti di consapevolezza.

E allora? Se ogni lunedì pesa come una montagna, se la tua luce si spegne in ufficio, non ignorare quel segnale. Non è debolezza, è intelligenza emotiva. È la parte più autentica di te che ti sta invitando a tornare a casa. Perché il lavoro giusto non è quello perfetto, ma quello in cui ti senti intero. E la libertà, forse, comincia proprio lì, nel momento in cui smetti di sopravvivere e inizi, finalmente, a scegliere. A volte cambiare lavoro non significa trovare un altro posto, ma ritrovare se stessi. E forse dovremmo chiederci non “che lavoro voglio fare”, ma “chi voglio diventare attraverso ciò che faccio?”.

Se ogni lunedì pesa come una montagna, se la tua luce si spegne in ufficio, non ignorare quel segnale. Non è debolezza, è intelligenza emotiva. È la parte più autentica di te che ti sta invitando a tornare a casa. Perché il lavoro giusto non è quello perfetto, ma quello in cui ti senti intero

Articolo pubblicato su corrieresalentino.it