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L’inganno gentile degli obiettivi di gennaio

Gennaio arriva come una pagina bianca, e il mondo digitale si riempie di liste, promesse, programmi, propositi pronunciati con voce ferma e mani che esitano. Ovunque si parla di obiettivi, come se bastasse nominarli per sentirsi già migliori, più ordinati, finalmente allineati a un’idea di successo che appare urgente e condivisa. Eppure, proprio mentre l’anno muove i primi passi, molti iniziano a percepire una sensazione silenziosa di scarto, la distanza tra ciò che è stato scritto e ciò che riesce davvero a vivere. Vale allora la pena fermarsi e chiedersi cosa siano, davvero, gli obiettivi. E soprattutto da dove arrivino.

L’idea di fissarli non nasce con i social, né con le agende patinate di gennaio. Le sue radici affondano molto più indietro. Già nel Seicento, il filosofo inglese, John Locke parlava del potere dell’intenzione consapevole nel dirigere l’azione umana. Ma è nel Novecento che il concetto assume una forma sistematica.

Con l’industrializzazione e la nascita del management moderno, l’obiettivo diventa uno strumento di controllo e previsione. Frederick Taylor, ingegnere statunitense, considerato il padre del management scientifico. lo utilizza per misurare la produttività. Peter Drucker, economista austriaco e teorico del management, lo rende centrale nella gestione per obiettivi, trasformandolo in parametro di efficacia, rendimento, risultato.

È qui che avviene uno slittamento sottile ma decisivo. L’obiettivo smette di essere un orientamento interno e diventa una richiesta esterna. Non serve più solo a dare direzione, serve a dimostrare valore. Un modello nato nelle fabbriche e negli uffici che, con il tempo, ha attraversato le soglie della vita privata.

Oggi trattiamo noi stessi come piccoli sistemi da ottimizzare, con indicatori impliciti di efficienza e fallimento.

Ma perché proprio a gennaio. Perché non a marzo, a settembre, o in un qualunque momento di verità personale. La risposta è meno psicologica di quanto si creda, è culturale. Il calendario gregoriano, la chiusura dell’anno fiscale, la tradizione dei bilanci, tutto concorre a trasformare gennaio in una soglia simbolica. È il mese in cui ci viene chiesto di ricominciare anche quando non abbiamo ancora finito di sentire ciò che è stato. Un inizio narrativo, più che reale.

Negli ultimi anni, i social hanno amplificato questo rituale. Gli obiettivi non vengono più solo pensati, vengono esposti, dichiarati, condivisi, messi in scena. E qui accade qualcosa di poco raccontato. Diversi studi di Psicologia Sociale mostrano che rendere pubblici i propri obiettivi nelle fasi iniziali può ridurre la probabilità di portarli avanti. Il motivo è controintuitivo, ma potente. Il cervello riceve una gratificazione anticipata, come se l’obiettivo fosse già stato in parte raggiunto. L’approvazione prende il posto dell’azione.

La ricerca di Gabriele Oettingen, psicologa e ricercatrice tedesca, nota per il modello ‘’WOOP’’, acronimo di Wish, Outcome, Obstacle, Plan, evidenzia come la visualizzazione positiva, se isolata, non solo non basti, ma possa diventare un ostacolo. Senza il confronto con gli ostacoli reali, sognare produce conforto, non cambiamento. Illusione, non trasformazione.

Un’altra dinamica riguarda il linguaggio. Gli obiettivi formulati in termini di identità, ‘’voglio essere una persona disciplinata’’, risultano più efficaci di quelli formulati solo come azioni. Perché toccano il senso di sé. Ma proprio qui si nasconde una fragilità profonda. Quando l’obiettivo coincide con l’identità, il fallimento smette di essere un evento e diventa una definizione. Non ho mancato un obiettivo, sono io ad essere inadeguato.

Ed è così che gennaio, mese delle promesse, diventa per molti il primo laboratorio della frustrazione. Non perché gli obiettivi siano inutili, ma perché vengono usati come strumenti di correzione anziché di ascolto.

C’è poi un dato raramente discusso. Funzionano meglio quando nascono da un processo di sottrazione, non di accumulo. Le ricerche sulla ‘’decision fatigue’’, affaticamento mentale che deriva dall’accumulo di decisioni, mostrano come l’eccesso di decisioni, anche minime, riduca progressivamente la qualità delle scelte. Eppure, a gennaio, facciamo l’opposto. Aggiungiamo. Più allenamenti, più impegni, più disciplina. Raramente ci chiediamo cosa andrebbe tolto per respirare meglio.

Molti obiettivi falliscono perché non parlano di desiderio, parlano di paura travestita da ambizione.

Il primo mese dell’anno diventa, quindi, non il mese della disciplina, ma dell’incongruenza visibile. Ciò che abbiamo rimandato bussa con più forza. E quando non sappiamo ascoltarlo, lo trasformiamo in elenco.

Forse il gesto più radicale sarebbe interrompere per un momento il dialogo performativo che abbiamo con noi stessi. Domandarci se ciò che chiamiamo crescita non sia, a volte, solo un modo socialmente accettabile di non fermarsi mai.

Un obiettivo nato dal silenzio ha una struttura diversa. Non chiede applausi, non ha scadenze immediate, non si difende. Regge perché non deve dimostrare nulla.

Abbiate pazienza verso tutto ciò che è irrisolto nel vostro cuore e cercate di amare le domande.

Rainer Maria Rilke

Non tutto ciò che vale ha bisogno di essere deciso a gennaio!

Articolo pubblicato su corrieresalentino.it