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La grammatica emotiva. Il linguaggio come medicina. Le Parole che curano, che avvelenano che lasciano traccia

C ’è un potere che sottovalutiamo ogni giorno. Non si vede, non si tocca, ma entra dentro e lascia tracce. È il potere delle Parole. Quelle che usiamo per raccontarci, quelle che ci vengono rivolte, quelle che restano in silenzio dentro di noi. Ma cosa sono, davvero? Sono ponti invisibili tra due mondi interni. Sono suoni, certo, ma anche immagini, memorie, emozioni. Ogni parola che pronunciamo trasporta un messaggio, ma anche un’energia attivando aree profonde del cervello. Parlare può  regolare gli stati interni. È il principio su cui si fonda la Psicoterapia, ‘’dare parola al dolore’’.

Sono strumenti preziosi, quindi. A volte sono come bisturi, vanno usati con precisione e delicatezza. Altre, sono carezze invisibili, capaci di arrivare là dove nessuno ha mai osato posarsi.

Un paziente una volta mi disse: “Lei ha detto una frase, due mesi fa. Da quel giorno ho iniziato a respirare diversamente.” Ecco, non era magia. Era linguaggio terapeutico. Al contrario, altre parole popssono lasciare cicatrici profonde. “Non vali niente“, “Sei troppo sensibile“, “Non ce la farai mai“. Frasi che, se  spesso pronunciate in infanzia o adolescenza, si depositano nell’inconscio come ‘’semi di vergogna’’ germogliando, poi,  in adulti insicuri, autocritici e paralizzati.

Diversi Studi dimostrano l’importanza del linguggio e delle parole, anche la Psicolinguistica, branca della psicologia cognitiva, ne studia, da anni, l’effetto sul cervello. Il neuroscienziato americano, Andrew Newberg, pioniere nel campo della neuroteologia, ambito di ricerca che indaga il legame tra cervello e spiritualità, ha scoperto che parole negative attivano la produzione dell’ormone della “lotta o fuga”  al contrario, parole positive stimolano ormoni del benessere e del piacere.

Uno studio condotto da John Bargh, influente psicologo sociale, professore presso la ‘’Yale University’’ del Connecticut, negli Stati Uniti, ha persino dimostrato che leggere parole “gentili” prima di fare un test rende le persone più collaborative e meno aggressive.  E non solo, con l’esperimento d ‘’Priming comportamentale’’ , del 1996, leggere parole legate alla terza età, portava i partecipanti a camminare più lentamente, a dimostrare, quindi, l’influenza inconsapevole sulla motricità.

Le parole non solo riflettono il nostro stato interno, lo modellano. Quante volte ci siamo detti: “Sono un disastro”, “Non cambierò mai”?

E quante volte queste frasi ti hanno davvero aiutato? Nessuna. Eppure, continuiamo a ripetercele come un disco rotto. Le parole che ci rivolgiamo hanno un potere ipnotico. Possono farci fiorire o spegnere. Salvare o ferire. Spalancare porte o chiuderle per sempre.

Eppure, vi sono traumi che non hanno parole. Eventi vissuti troppo presto, troppo in fretta, troppo forti. In questi casi, il corpo ricorda ciò che la mente ha rimosso. Il linguaggio diventa allora uno strumento di ricostruzione. Perchè,  dare forma verbale all’esperienza traumatica è spesso il primo passo verso la guarigione.

Anche per questo, in molte terapie, si lavora per restituire parole a ciò che è rimasto muto. Far parlare il dolore è, di per sé, un atto di guarigione.

Sceglierle con cura non è ipocrisia. È consapevolezza. È responsabilità affettiva. Mi piace pensare che ognuno di noi parli una propria grammatica emotiva. Alcuni mettono il punto troppo presto. Altri usano troppi “ma”. Alcuni abusano di punti esclamativi nei momenti sbagliati.

Rieducarsi al linguaggio emotivo è come riscrivere la propria storia con una punteggiatura nuova, più gentile, più vera, più nostra.

Nelle mie poesie le parole sono state e sono compagne di avventura.

Sempre lì, nude e vere

a tenere insieme i miei ‘’pezzi sparsi’’.

A volte collane che strozzano

altre respiro sott’acqua.

Sono la mappa con la quale ritorno a casa

C’è un potere che sottovalutiamo ogni giorno. Non si vede, non si tocca, ma entra dentro e lascia tracce. È il potere delle Parole. Quelle che usiamo per raccontarci, quelle che ci vengono rivolte, quelle che restano in silenzio dentro di noi

Articolo pubblicato su testata giornalistica CorriereSalentino.it