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Che fai a Ferragosto? Quello che resta quando l’Italia si ferma

Alle otto del mattino del 15 agosto l’Italia sembra appartenere a qualcun altro. Le saracinesche sono abbassate, le città respirano diversamente, le strade portano verso il mare, la montagna, una casa di famiglia. Le spiagge si riempiono presto. Nelle cucine iniziano pranzi destinati a durare ore. C’è chi prepara una borsa frigo, chi raggiunge amici e parenti, chi parte per una gita e chi concede alla sveglia qualche ora di silenzio.

Poi ci sono gli altri.

Il Ferragosto di chi lavora o rimane a casa, di chi quest’anno avvertirà un’assenza intorno alla tavola o avrebbe desiderato trovarsi altrove. Per qualcuno sarà semplicemente un giorno qualunque, mentre fuori il mondo sembra essersi dato appuntamento per festeggiare.

Ed è proprio qui che questa giornata diventa interessante. Perché oggi non è soltanto una festa. È uno dei rari momenti dell’anno in cui un Paese intero sembra ricevere lo stesso invito: fermarsi e, possibilmente, stare bene.

La seconda parte, però, non sempre obbedisce al calendario.

La parola Ferragosto arriva da molto lontano. Deriva dal latino Feriae Augusti, le “ferie di Augusto”, istituite da Ottaviano Augusto, primo imperatore romano, come tempo dedicato al riposo e alle celebrazioni.

La ricorrenza, originariamente collocata all’inizio del mese, si è poi intrecciata nel corso dei secoli con la celebrazione cristiana dell’Assunzione di Maria, fissata al 15 agosto.

La solennità religiosa è molto più antica della proclamazione formale del dogma dell’Assunzione, definito da Pio XII nel 1950. Non fu dunque il pontefice a introdurre nel Novecento la festa del 15 agosto: quella data apparteneva già da secoli alla tradizione cristiana.

Storie differenti, sedimentate nello stesso giorno. Con qualcosa in comune: la sospensione.

Sono cambiati il lavoro, le famiglie, i mezzi con cui viaggiamo, il modo in cui comunichiamo e persino quello in cui trascorriamo il tempo libero. Continuiamo però ad avere bisogno di giorni che ci autorizzino, almeno per qualche ora, a interrompere.

Le feste possiedono una strana capacità: amplificano.

Non necessariamente creano ciò che proviamo. Più spesso lo rendono visibile.

Una famiglia che sta bene insieme può ritrovare il piacere di una tavola lunga e senza fretta. Dove esistono tensioni mai affrontate, possono bastare poche ore perché ciò che durante l’anno viene coperto dagli impegni torni in superficie.

E quando qualcuno non c’è più, una sedia vuota può occupare più spazio di tutte quelle piene.

La vita quotidiana possiede una straordinaria capacità di tenerci occupati. Lavorare, rispondere, accompagnare, organizzare, risolvere, correre: il fare riempie gli spazi e spesso anche i pensieri. Quando il ritmo cambia, qualcosa riaffiora.

Non necessariamente un dolore.

Possiamo accorgerci di stare bene accanto a una persona. Di amare una casa nella quale torniamo troppo poco. Di avere amici diventati famiglia. Persino di essere più sereni di quanto pensassimo.

La pausa non mostra soltanto ciò che manca. Qualche volta restituisce importanza a ciò che, nella fretta, avevamo smesso di vedere.

Ma c’è un altro aspetto, forse ancora più contemporaneo, spesso smettiamo di lavorare, ma non necessariamente di performare.

Il computer viene sostituito dalla spiaggia, la riunione dall’aperitivo, l’agenda dall’itinerario. Cambia lo scenario, non sempre il meccanismo, resta la difficoltà di abitare un tempo che non debba necessariamente produrre qualcosa.

Riposare, invece, significa sottrarre qualche ora alla necessità di dimostrare, produrre, risolvere, raggiungere.L’attività ci assegna continuamente un ruolo. Il silenzio, qualche volta, ci restituisce semplicemente a noi stessi.

Ma c’è un’Italia che a Ferragosto non si ferma affatto.

È quella di chi lavora negli ospedali, nei trasporti, nelle forze dell’ordine, nei servizi di emergenza, negli alberghi, nei ristoranti e nelle tante attività che permettono agli altri di trascorrere una giornata diversa.

Sono persone che abitano il rovescio della festa. Mentre le città sembrano sospendersi, sono loro a tenere in piedi ciò che non può essere sospeso.

E c’è un’altra Italia, ancora meno visibile.

Quella di chi sta attraversando una separazione. Di chi ha una persona ricoverata o affronta una difficoltà economica. Di chi vive lontano dalla propria famiglia. O semplicemente di chi, quel giorno, non sente alcun desiderio di festeggiare.

Anche questo è Ferragosto.

Forse dovremmo ricordarcene quando pronunciamo con naturalezza una delle domande più comuni di questi giorni:

“Che fai a Ferragosto?”

Sembra soltanto curiosità. E quasi sempre lo è. Ma dentro quella domanda vive anche un piccolo rito sociale: sapere dove saremo, con chi, a fare cosa. Come se, per quel giorno, fosse necessario avere una risposta pronta.

Possiamo scegliere dove trascorrere una giornata; molto meno ciò che quella giornata farà emergere.

La geografia non sempre racconta l’anima.

Che cosa celebriamo, allora, il 15 agosto?

Una tradizione antica, una solennità religiosa, l’estate, le ferie, la famiglia, il tempo libero. Probabilmente un po’ di tutto.

Ma dentro Ferragosto sembra essersi conservata anche un’idea più elementare e, oggi, quasi controcorrente: non tutto il tempo deve essere riempito.

Da secoli conserviamo una giornata dedicata alla sospensione. Nel frattempo, siamo diventati bravissimi a riempire persino le pause.

E allora la domanda più interessante di Ferragosto non è “Che cosa fai oggi?”, ma un’altra:

quando finalmente ti fermi che cosa resta?

Dentro Ferragosto sembra essersi conservata anche un’idea più elementare e, oggi, quasi controcorrente: non tutto il tempo deve essere riempito

 


Articolo pubblicato su corrieresalentino.it

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