New York. Nella metropolitana, tra un treno in arrivo e il flusso continuo di corpi distratti, un manifesto interrompe per un istante la corsa dello sguardo. È elegante, minimale. Quasi innocuo. “Have your best baby”. Abbi il tuo bambino migliore. L’ho incontrato lì, nel luogo forse più ordinario di una città che corre: tra tornelli, scale e persone dirette altrove. Eppure, bastano quelle quattro parole per aprire una domanda tutt’altro che ordinaria: che cosa significa, oggi, avere il figlio “migliore”?
La campagna è di Nucleus, società statunitense che offre servizi di analisi genetica applicati anche agli embrioni ottenuti attraverso fecondazione in vitro. Il suo servizio ‘’Nucleus Embryo’’, rivolto a chi ha già intrapreso un percorso di IVF, ‘’In Vitro Fertilization’’, fecondazione in vitro, viene proposto a 9.999 dollari e prevede l’analisi fino a venti embrioni. Attraverso i suoi servizi, l’azienda presenta informazioni genetiche relative a rischi per la salute e a caratteristiche come altezza, colore degli occhi e capacità cognitive.
In pochi metri, tra una banchina e l’uscita della metropolitana, la genetica lascia il laboratorio ed entra nella vita quotidiana.
Il messaggio è potente perché rende semplice qualcosa che semplice non è: la biologia può essere misurata, il rischio calcolato, il futuro almeno in parte stimato.
Il linguaggio è quello della precisione, non dell’ideologia.
Eppure, basta una parola a cambiare tutto: ‘’best’’. Migliore rispetto a chi? E secondo quale criterio?
La genetica studia da decenni il contributo delle differenze genetiche alla variabilità dei caratteri umani. Ma “ereditabile” non significa inevitabile. E, soprattutto, non significa programmabile.
Altezza e capacità cognitive sono tratti complessi e poligenici: non dipendono da un singolo gene, ma dall’effetto combinato di moltissime varianti genetiche. E il DNA non agisce nel vuoto. Ambiente, salute, nutrizione, istruzione, esperienze e relazioni partecipano, in modi diversi, allo sviluppo di ogni individuo.
La genetica può indicare predisposizioni. Può affinare probabilità. Non consegna il copione di una vita.
Da anni la medicina della riproduzione utilizza test genetici preimpianto sugli embrioni ottenuti attraverso fecondazione in vitro. Alcuni permettono di ricercare specifiche malattie monogeniche, altri determinate alterazioni cromosomiche. Sono strumenti che hanno ampliato le possibilità offerte alle coppie e alle persone che affrontano un percorso di procreazione medicalmente assistita.
Ma cercare di evitare la trasmissione di una grave malattia genetica non è la stessa cosa che confrontare diversi embrioni sulla base di caratteristiche considerate desiderabili.
È in questa distanza, apparentemente piccola, in realtà enorme che si apre una delle questioni bioetiche più delicate del nostro tempo.
Per comprenderla bisogna familiarizzare con un termine destinato probabilmente a entrare sempre più spesso nel nostro vocabolario: ‘’polygenic score’’, ossia il punteggio poligenico. In termini semplici, si prendono in considerazione moltissime varianti del DNA e se ne combinano le informazioni per ottenere una stima statistica della predisposizione genetica verso una determinata condizione o caratteristica.
La parola decisiva è stima.
Un punteggio poligenico esprime una probabilità, non una profezia. Non può raccontarci con certezza chi diventerà quella persona, né garantire che svilupperà o non svilupperà una determinata condizione. E quando si entra nel territorio di caratteristiche complesse come altezza e capacità cognitive, trasformare una probabilità statistica in una previsione individuale diventa ancora più problematico.
Non è una distinzione soltanto teorica.
Nel 2026 l’ASRM, American Society for Reproductive Medicine, una delle principali società scientifiche statunitensi nel campo della medicina della riproduzione, ha definito il test genetico preimpianto per condizioni poligeniche, il cosiddetto PGT-P, una tecnologia ancora nascente e non dimostrata. Secondo l’ASRM, le evidenze disponibili non sono sufficienti a sostenerne l’impiego clinico e, allo stato attuale, il PGT-P non dovrebbe essere offerto come servizio clinico, ma rimanere nell’ambito della ricerca sotto adeguata supervisione.
Ancora più netta è la posizione sulla selezione di caratteristiche non mediche. Altezza, intelligenza e colore degli occhi, sottolinea l’ASRM, non rientrano nell’ambito della medicina riproduttiva.
La scienza, dunque, procede con cautela. Il mercato sembra avere più fretta.
Ed è qui che ‘’Have your best baby’’ smette di essere soltanto una pubblicità.
Perché non comunica semplicemente la possibilità di conoscere più informazioni genetiche. Introduce nell’immaginario una categoria molto più potente: quella del migliore.
E quando compare quella parola, la questione non riguarda più soltanto ciò che la tecnologia è capace di fare. Riguarda ciò che noi siamo disposti a chiederle.
Se posso ridurre il rischio che mio figlio sviluppi una grave malattia, perché non dovrei farlo?
È una domanda comprensibile. Profondamente umana.
Ma se potessi scegliere, tra più embrioni, quello associato a una maggiore probabilità di essere più alto? E se la scelta riguardasse determinate capacità cognitive? E se domani le possibilità diventassero ancora più numerose?
Dove finisce la prevenzione e dove comincia il perfezionamento?
Non esiste una risposta semplice. Anche perché il desiderio di proteggere un figlio prima ancora che nasca appartiene alla parte più istintiva della genitorialità. Risparmiargli malattie, sofferenze, forse persino alcune delle fragilità umane.
Ma proprio qui compare un rischio meno visibile.
Nel momento in cui introduciamo la categoria del “migliore”, costruiamo inevitabilmente anche quella del “meno desiderabile”.
Se un embrione viene considerato migliore perché associato statisticamente a determinate caratteristiche, un altro, per confronto, acquista un valore diverso.
Ed è in quel momento che la genetica incontra qualcosa di molto più antico della genetica stessa, il nostro rapporto con l’imperfezione.
La domanda, allora, non è soltanto quale embrione scegliere, ma quale idea di figlio stiamo costruendo.
Demonizzare la tecnologia sarebbe un errore, la medicina riproduttiva ha permesso a moltissime persone di diventare genitori e la genetica consente di conoscere e affrontare rischi che fino a poche generazioni fa sarebbero rimasti invisibili. Il problema, quindi, non è conoscere di più. È decidere che cosa fare di ciò che sappiamo.
E c’è un’altra domanda che mi faccio, forse ancora più scomoda: chi potrà permettersi di scegliere?
Se strumenti sempre più sofisticati di selezione embrionale diventassero accessibili soprattutto a chi dispone di maggiori risorse economiche, disuguaglianze già presenti nella società potrebbero assumere una forma nuova.
Potrebbero cominciare prima ancora della nascita.
È questo che rende ‘’Have your best baby’’ qualcosa di più di uno slogan ben riuscito. Perché dietro quella parola, best, non c’è soltanto una promessa tecnologica, ma una domanda sulla società che potremmo diventare.
Se un giorno potessimo scegliere sempre di più, che cosa decideremmo che vale la pena scegliere?
La salute, certamente. L’altezza, forse. l’intelligenza e la bellezza. E l’imperfezione?
Il vero confine del futuro non sarà tra ciò che la genetica potrà e non potrà dirci, ma tra ciò che saremo in grado di scegliere e ciò che decideremo di non scegliere, pur potendolo fare. Perché un figlio desiderato come “il migliore” rischia di arrivare al mondo portando con sé, prima ancora di nascere, qualcosa che nessun test genetico può misurare: un’aspettativa.
La genetica potrà raccontarci sempre di più su ciò con cui veniamo al mondo. Non potrà però stabilire interamente ciò che diventeremo. Tra il DNA che ereditiamo e la persona che saremo resta uno spazio che nessun punteggio può contenere: quello degli incontri, delle relazioni, delle ferite, delle occasioni, delle scelte e dell’imprevisto.
È lo spazio in cui una vita smette di essere una previsione e comincia, semplicemente, a essere una storia.
Il vero confine del futuro non sarà tra ciò che la genetica potrà e non potrà dirci, ma tra ciò che saremo in grado di scegliere e ciò che decideremo di non scegliere, pur potendolo fare. Perché un figlio desiderato come “il migliore” rischia di arrivare al mondo portando con sé, prima ancora di nascere, qualcosa che nessun test genetico può misurare: un’aspettativa.
